Controtempo

Il riscatto

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Controtempo

In quel colpo c’erano due cose: il carattere argentino che non si arrende davanti a un muro. E la magia del piede sinistro. Capace di captare in mezzo a tante teste quella svettante di Andrea Carnevale. E’ l’assist in leggero controtempo di Diego Maradona per il gol del 2-0 contro il Pescara. Dopo la punizione respintagli dalla barriera.

La partita è ancora alle prime battute. Anche Diego finisce col segnare quel giorno. Prima un calcio di punizione dei suoi, con il pallone che entra accanto al secondo palo come un foglio di giornale. Poi con un rabbioso colpo di testa, un inedito per lui. Come volesse fortissimamente la vittoria. Ma è solo il decimo gol di quella incredibile partita.

Che finisce 8-2 per il Napoli. E’ l’ordine e l’armonia, la partita perfetta. Sembra giocarne tante quella squadra. Ma non è un’illusione, è tutto vero. Dopo tanta, affannosa ricerca. Dopo brevi ma interminabili escursioni nella seconda metà della classifica.

C’è anche il sole quel giorno col Pescara, non poteva mancare nelle partite perfette delle giornate perfette. Gli stadi come Bergamo, Milano, Verona riflettono un cielo plumbeo. Napoli, Avellino, Bari o Lecce hanno ben altro. E quel Napoli va controtempo e riscatta tutto il Sud. E’ anche il riscatto di Diego Armando Maradona e del Sud del mondo.

Il 10 maggio 1987 Sandro Ciotti saluta il primo scudetto degli azzurri così: “Da oggi la parola terrone ha un nuovo significato: persona attaccata alla propria terra”.

Poi la notte delle Coppe. I riflettori come il sole del Sud. E la vittoria in Coppa Uefa. Con Careca e Alemao, i nuovi innesti a rafforzare l’intelaiatura dello scudetto. Nella finale il Napoli, che ha già fatto fuori il Bayern Monaco, sfida un’altra squadra tedesca, lo Stoccarda. E il primo gol è proprio di Alemao - in portoghese vuol dire tedesco –  che si fa 60 metri triangolando con Careca e seminando avversari in progressione. Chiudono Ferrara e Careca su due assist di Diego.

La coppa portata al San Paolo, la domenica successiva.

Sole splendente e quattro gol a un attonito Torino. Una festa, come deve essere il calcio. Garella, Volpecina, Ferrara, Bagni, Ferrario, Renica, Carnevale, De Napoli, Giordano, Maradona, Romano. L’undici del primo scudetto.

Impossibile paragonarlo col secondo. Impossibile immaginarli senza Diego Maradona. Senza la pazienza di mister Ottavio Bianchi. E senza una grande squadra, come il calcio chiede, come il mondiale del Messico. Vinto invece, secondo qualcuno, da Diego in beata solitudine. I piedi di Bruscolotti pesano quanto quello di Maradona. Anche se controtempo.

Nel campionato del secondo scudetto Diego parte male. Anzi, resta a Buenos Aires. Non si allena, va a pescare sul Paranà. Arriva dopo due mesi, con la barba e un po’ di pancia. Prima sbaglia un rigore, poi regala l’assist del gol in rimonta a Corradini. Da 0-2 a 3-2 contro la Fiorentina. Anche questo è ordine e armonia.  

Nel resto del torneo Diego regala gol e assenze. Prodezze e polemiche.

Prima mette a sedere il portiere del Milan. Poi stende Inter e Juve con due colpi di biliardo. Tutti immobili. I suoi assist, le finte, i dribbling, i gol non potranno sempre raccontarsi. Sarebbe raccontare l’impossibile. Il confronto con chiunque altro è tutto qui.

Diego, calciatore (anzi giocatore) vero, ma introvabile perfino nelle partite che puoi giocarti e rigiocarti mille volte in testa. Anche al rallentatore. Ci può stare per un tocco di destro, per una finta su rigore. Poi ferma il tempo, svanisce e tutti restano a guardarlo. Diego porta il sole a Bologna alla penultima, dove il Napoli stravince e festeggia la settimana successiva in casa con la Lazio.

E’ l’ora della semifinale mondiale del ‘90, dove una parte della città di Napoli tifa Argentina e contro c’è l’Italia, padrona di casa. Diego l’aveva giocata per la prima volta a 18 anni e mezzo, provocando un rigore. Per Napoli non può essere un avversario da temere. Un amore soffocante e all’occorrenza protettivo, che Diego ha sempre cercato. E ricambiato a suo modo, da capitano. Con tutte le storture e le pigrizie di cui la città è la sublimazione. In finale va l’Argentina dopo lo stillicidio dei rigori. E Maradona alla fine è secondo dietro i tedeschi, ma a testa alta. Non l’abbassa nemmeno quando l’inno argentino viene fischiato.

L’anno dopo è come il precedente, ma solo per le polemiche. Gioca in Coppa Campioni con la schiena a pezzi (doppietta agli ungheresi). Lo scudetto sulle maglie pesa come un macigno, le pause sono troppe e più lunghe. Diego si schianta contro se stesso, cocaina e assist non vanno d’accordo.

Torna in Argentina. Lascia il Napoli al buio e in zona retrocessione. Ma non gli basta. Scende più in basso. Arriva la polizia. Accompagnata dai fotografi. Tornare in campo è inevitabile. Ai mondiali del ’94 smette di fare esibizioni ed è calcio vero. Si scopre ancora e chiude. Col botto, come conviene. “Il calcio è un gioco che rotola, l’uomo no”.

Diventa quasi banale, diventa una persona. Della quale puoi raccontare tutto.

Il cuore che va controtempo, le cause, le cliniche. Le battaglie guevariste controtempo lo fanno tornare il bambino cresciuto nelle favelas di Villa Fiorito, tre stanze per dieci persone. Quando faceva 136 partite consecutive senza sconfitte. Quando il figlio di operaio faceva la colletta per il pallone nuovo. Poi saliva in cima a un palazzo senza far toccare la palla a terra. “Io sono sporco ma il calcio è pulito”.  

Scappato via da Napoli nel buio, torna dopo quattordici anni per un match in notturna di vecchie glorie (si dice così).

Il San Paolo stracolmo, si ferma il tempo. Diego ritrova una barriera, ma di fotografi e la salta alla sua maniera. Deve farsi abbracciare. Viene accolto come un re – si dice così - ma nemmeno così si può raccontare. Si commuovono tutti compreso l’arbitro. Poteva essere un’altra partita perfetta. Anche se Alemao, il tedesco, scoppia a piangere.

Consegnare il teatro San Carlo a Diego per il prossimo evento potrebbe quindi non bastare.

Oggi comunque non è più quel Napoli, quello che perde lo scontro diretto con la Juve in Campionato. Il sole se n’è andato. Perfino la Juve sembra vincere solo su rimpallo.

Ma Diego riappare da Dubai. E parla proprio della partita. Avrebbe fatto quattro gol a questa Juve. Te lo dice in pigiama, il giorno del suo compleanno. Ed è proprio per questo che è giusto credergli.

A questa Juve, il Napoli di Maradona avrebbe fatto quattro gol

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Ernesto Consolo

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Aggiornato al 25 feb 2017

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