La parabola della Raggi

Costruzione e distruzione mediatica dei personaggi pubblici sono parti dello stesso meccanismo. Daniele Fichera, partendo dalle analisi di Christian Salmon, si chiede cosa ci aspetta dopo il tramonto dell’illusione a cinque stelle

Letto 2401
La parabola della Raggi

Eletta sindaco da pochi mesi con quasi i due terzi dei voti espressi (circa un terzo degli aventi diritto) l’avvocato Raggi era stata accompagnata al successo elettorale dalla benevolenza dei media che ne avevano dipinto un ritratto accattivante (giovane, dinamica, onesta e di gradevole aspetto) di eroina della rivolta popolare contro il ceto politico, incapace se non corrotto, che aveva governato la città negli ultimi anni. Si erano ben guardati, gli stessi media, dall’operare un qualunque tentativo di approfondimento dei suoi orientamenti programmatici e della sua visione sul futuro della città che ne avrebbe disvelato l’approssimazione, la contraddittorietà e la sostanziale inconsistenza.

D’altra parte, come scrive il massmediologo francese Salmon “Le campagne elettorali sono diventate dei festival della narrazione durante le quali si affrontano personaggi più che ideologie, e in cui l’elezione sanziona l’efficacia della performance di un attore/candidato, la sua capacità di attirare l’attenzione e di suscitare emozioni, piuttosto che le sue competenze e la sua esperienza”. Si vincono o si perdono in base al “modo in cui si ottiene, da parte dell’elettorato, un’identificazione simbolica con il candidato attraverso le metafore utilizzate, lo sviluppo di un racconto durante tutta la campagna e il controllo della ricezione e della diffusione di questo racconto nei social network”. Si ricorre, un po’ dovunque, a narrazioni sempre più evocative e sempre meno cogenti, che nel caso dei grillini assumono la forma di una sorta di “pensiero magico”, per cui basterebbe la purezza d’animo e la volontà di fare del bene (peraltro tutte da dimostrare) perché esso effettivamente si realizzi.

Se il gioco riesce però cominciano i guai. Affrontare i problemi concreti è cosa diversa da conquistare l’elettorato con vaghe suggestioni: ogni decisione tocca una molteplicità di interessi legittimi e talvolta contrapposti, bisogna avere la capacità politica di compiere le scelte, cioè le mediazioni tra i diversi interessi, e quella tecnica di implementarle. E siccome le questioni da risolvere sono molto gravi e complicate (pensiamo nello specifico di Roma ai rifiuti, al trasporto pubblico o alla crisi sociale da gestire in assenza di risorse) di capacità ce ne vorrebbero molte. Raggi, la sua giunta e la sua maggioranza (con poche eccezioni) hanno già dimostrato di non possederne affatto.

Lo scarto tra promesse elettorali e concrete realizzazioni è pressoché fisiologico in democrazia, l’elettore (come il consumatore) non è quel soggetto perfettamente informato e razionale che i modelli astratti presuppongono, perciò è quasi inevitabile che la competizione elettorale spinga a promettergli più di quanto si possa mantenere. Chi governa deve perciò attrezzare macchine propagandistiche che esaltino i risultati raggiunti, minimizzino quelli mancati e soprattutto rilancino continuamente nuove suggestioni. Ma quando lo scarto tra le aspettative suscitate e le azioni prodotte (e conseguentemente quello tra la propaganda di governo e l’esperienza concreta dei cittadini) diviene eccessivo le narrazioni positive non funzionano più, non fanno più audience; “il ritmo sovraeccitato delle campagne non regge al piattume dell’ordinaria amministrazione”.

Le turbine mediatiche della politica spettacolo hanno però bisogno di essere sempre alimentate, e come quelle maremotrici possono funzionare sia con la marea crescente che con il successivo deflusso, perciò il meccanismo si inverte e l’accattivante candidata diviene una governante incapace, della quale vanno inesorabilmente esposte al pubblico ludibrio le inadeguatezze pubbliche e le ambiguità private: “volete il potere attraverso l’immagine? Allora perirete di ritorno di immagine” dice Salmon citando Baudrillard. La costruzione e la distruzione dei personaggi pubblici sono parti del medesimo processo. La sindaco Raggi ci ha messo del suo, dimostrandosi non solo tragicamente incompetente ma anche invischiata in miseri giochi di potere. Si è consumata così l’illusione che bastasse scegliere persone diverse, che non avessero nulla a che fare con quelli di prima, per cambiare le cose e si è confermata l’applicazione alla politica moralista dell’adagio popolare per cui “chi scava la fossa agli altri ci casca dentro lui”.

La storia politica di Roma nell’ultimo decennio è, in fondo, una sequenza di questi cicli con un trend che spinge sempre più in basso, verso soluzioni sempre più improvvisate e partecipazione sempre più ridotta. Dal postfascista Alemanno che aveva sostituito l’ultimo Veltroni con la favola della sicurezza, all’improbabile chirurgo democratico Marino per finire alla giovane avvocatessa, tutti destinati ad essere logorati dal contrasto tra i vagheggiamenti elettorali e l’inconcludenza amministrativa e distrutti dall’oscillare del pendolo mediatico che ha portato in prima pagina finanziamenti irregolari alle fondazioni, rimborsi irrituali degli scontrini e infine surreali attribuzioni di polizze vita. Ciascuno di loro è sparito “sotto gli occhi di tutti, al colmo della sua esposizione, in una sovraesposizione mediatica, per una sorta di divoramento”.

Cosa arriverà dopo è difficile da immaginare: se si vuole proseguire sulla strada dell’estraneità bisognerebbe paradossalmente pescare tra i gruppuscoli marxisti-leninisti, le squadracce di casa Pound o nel Partito Umanista (se esiste ancora), ma è difficile raccogliere intorno a loro un’audience sufficiente. Un ritorno a qualche espressione degli schieramenti capitolini di centrosinistra o centrodestra secondorepubblicani mi pare difficile (soprattutto perché hanno accuratamente evitato qualunque seria riflessione sulle ragioni del loro declino).

Più probabile che sorga dall’oligopolio mediatico una qualche figura “postpolitica”, in discreta rappresentanza degli interessi privati reali più consistenti e avveduti, possibilmente meno approssimativa del fotogenico ereditiero Marchini. Alla fine la paura del disastro incombente, come ha spiegato Ulrich Beck, spinge molti ad accettare le soluzioni di minimo danno. A raccogliere il consenso che serve tra il ceto medio impoverito ci dovrebbe pensare l’oligopolio mediatico ed anche l’elettorato consapevole potrebbe valutare che è meglio consegnarsi a qualche sistema di potere organizzato, che qualche interesse nel buon funzionamento della città lo dovrebbe pur avere (il che è vero) e qualche capacità nel gestirla dovrebbe pur essere in grado di metterla in campo (il che non è sempre vero). La sensazione è però che a Roma (diversamente da quanto avviene a Milano) non ci sia più neanche questo, ma solo piccoli e grandi interessi, interessati a sfruttare la crisi della città, non la sua ripresa.

Perciò il compito delle persone di buon senso, come sempre nei momenti di crisi, è quello di non rassegnarsi ma di ricominciare, partendo dal dialogo tra gli irregolari variamente collocati, dall’organizzazione delle minoranze senzienti, in qualche modo interessate al bene della città e dotate di qualche idea (e di qualche esperienza) su come realizzarlo. Chissà che a metterne insieme un po’ non ci si ritrovi maggioranza.

Letto 2401

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Daniele Fichera

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Aggiornato al 25 feb 2017

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