Ma tu che italiano sei?

Quattro ragazzi spediti dai “quattro angoli del mondo” nel vagone di un treno in Italia per mostrarmi chi è un italiano…

Letto 3008
Ma tu che italiano sei?

Tardo pomeriggio. Salgo in treno. Tratta Varese-Milano. Il vagone in cui il caso mi spinge sembra vuoto, ma in fondo appare un gruppo di quattro ragazzi sui vent’anni. Afferrato un brandello significativo della loro conversazione, gli getto una seconda occhiata meno distratta della prima e rimango sorpreso: uno di loro proviene dall’Asia meridionale, uno dal sud America, uno dal nord Africa e uno dall’Europa dell’est. Sono amici dalle elementari. Il loro italiano è impeccabile.

Frequentano tutti e quattro l’università: economia i primi due, informatica gli altri. Parlano delle dinamiche interne alle loro facoltà con occhiuta malizia. Passano a esaminare e a confrontare, fra l’inquieto e il divertito, gli stratagemmi che hanno elaborato per adattare quelle dinamiche ai rispettivi lavori. Con la diabolica acribia del professore incarognito cerco nel loro dialogo la più sfuggente sgrammaticatura, da un congiuntivo usato al posto di un indicativo a una sciatteria sintattica o linguistica. Non chiedo molto: un “settimana prossima” senza l’articolo, un “ancora” col significato di “già”, anche il classico “fa i mestieri” al posto di “fa le pulizie”. Finezze, insomma. Niente. Vorrei gridargli “Dannazione, è mai possibile che nella cura dell’italiano Manzoni vi faccia una pippa?!”

Mantengo la calma. Disperato dall’esito infausto di questa disamina, più incattivito di un cervello infantile, ne svolgo un’altra sul loro aspetto. Niente pettinature da deficiente che vuole passare per un fricchettone (i veri dandy della nostra epoca) né pantaloni con i risvoltini o una brutta vestibilità né calzini corti o smollati né camicie con maniche corte o bottoni sul colletto né calzature da tedesco in vacanza. Niente. Anche dal punto di vista esteriore la loro italianità scivola fuori dalla migliore tradizione con l’eleganza di un eroe dannunziano che si sfila un guanto.

Quando scendo dal treno mi sorprendo a provare una di quelle sensazioni in cui la gelosissima beatitudine si lascia intravedere per qualche frazione di secondo, col narcisistico, sfuggente, ubriacante retropensiero che sia stata tutta una messinscena per strapparmi un’emozione di natura estetica, come quelle che facevano sbarellare Stendhal. Quattro ragazzi spediti dai “quattro angoli del mondo” in quel vagone a esibire davanti a me i crismi dell’italianità…

Una giornalista ha chiesto tempo fa in un post quali sono i valori che uniscono anche solo idealmente tutti gli italiani, dalla Sicilia al Trentino. Mi sono scervellato invano su questa sciarada, considerando amareggiato che sulla Francia, sugli Stati Uniti e su altri paesi avrei risposto prontamente. In questi giorni mi è tornato in mente questo episodio vecchio di tre anni. Occorrevano dei ragazzi che di italiano non hanno proprio nulla tranne la sorte di essere nati e cresciuti e istruiti in Italia a risolvere la sciarada.

La creatività e la laboriosità che sono l’alimento necessario l’uno dell’altro; la lingua del sì che suona; il buon gusto, che dalla cosmesi a volte per un miracolo osmotico si trasfonde nelle nostre cellule e viene fuori qualcosina come il Made in Italy: ecco i valori che accomunano gli italiani. Non mi curo di chi li liquida con ironico e snobistico fastidio…

Non so se quei quattro ragazzi avessero la cittadinanza italiana. So che non possono che arricchire l’Italia molto più di quei politici che lottano per negare a ragazzi come loro la cittadinanza prima della maggiore età, anche solo perché a vent’anni, cresciuti da genitori stranieri, si esprimono in un italiano che quei politici non hanno ancora imparato e mai impareranno. Io che amo profondamente il mio paese e la mia lingua in quel vagone ho beneficiato di un ottimistico e beatificante senso di orgoglio.

Letto 3008

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Fabio Greco

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Aggiornato al 25 feb 2017

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